Il futuro delle aziende: chi non rinnova scompare

Il mondo del lavoro sta sensibilmente cambiando e non è avventato dire che stiamo vivendo una nuova rivoluzione industriale dipendente in tutto e per tutto dalle continue evoluzioni tecnologiche.

Oggi, infatti, diventa necessario per le aziende sul mercato essere presenti anche in rete e non semplicemente avendo un sito internet, ma modificando le proprie strategie aziendali, diventando delle vere e proprie realtà digitali.

Nel 2013, l’83% delle imprese fallite non aveva un sito web e le previsioni del futuro non sono certo esaltanti considerando che ben il 75% delle aziende presenti sul mercato è destinata a cessare la propria attività nel 2020, sostituita da nuove realtà in grado di cavalcare l’onda della digitalizzazione.

Per sopravvivere bisogna adeguarsi alle nuove realtà tecnologiche, come il Cloud, l’uso dello smartphone per poter essere sempre connessi e lavorare ovunque e in ogni momento, senza dimenticare l’importanza dell’ IOT (Internet of Things).

Tutto questo considerando che nel 2020 il valore del mercato del Cloud Computing supererà i 500 miliardi di dollari, ci saranno 50 miliardi di oggetti connessi, 5 miliardi di persone saranno attive sui social e l’esplosione di dati raggiungerà i 40 Trilioni di Gigabite.

Le imprese italiane non devono perdere queste opportunità anche se, a oggi, quasi tutte le aziende nostrane hanno una strategia digitale, ma la maggior parte di esse non sanno come attuarla.

Insieme alle imprese deve necessariamente cambiare anche il ruolo del lavoratore, soprattutto  se il lavoro è più di pensiero che di fisico. Il ruolo del “knowledge workers” è in continuo cambiamento e secondo lo studio “The Way We Work” commissionato da Unify nel 2016, un terzo di questi lavoratori ritiene che l’attuale ruolo professionale scomparirà nei prossimi cinque anni, mentre il 65% si aspetta che il proprio lavoro non sarà più lo stesso. Questo proprio in funzione dei cambiamenti repentini degli ambienti in cui operano e dell’evoluzione tecnologica del lavoro stesso.

Dallo studio, inoltre, è emerso che il luogo di lavoro è sempre più virtuale e ben il 52% dei knowledge workers afferma di far parte di diversi gruppi di lavoro con colleghi presenti in altre sedi e altri uffici, cosa che viene vista in maniera positiva dal 42% degli intervistati, considerando la maggiore efficacia dei gruppi di lavoro virtuali rispetto a gruppi attivi nello stesso luogo e che un’azienda in cui si  lavora affidandosi alla tecnologia e alla comunicazione piuttosto che agli uffici e alla sede fisica è più efficiente.

Inoltre, più di un terzo (36%) sottolinea che pensare in modo creativo è uno dei maggiori vantaggi derivanti dal lavorare con persone al di fuori del tradizionale ufficio. I team virtuali sono resi possibili dalla tecnologia cloud, che oltre la metà degli intervistati (57%) afferma di utilizzare sotto forma di strumenti on-demand (internet/cloud based) per il lavoro in team, la gestione dei progetti o la collaborazione virtuale.

Da questi dati si deduce come sia cambiata la figura del lavoratore sempre meno legato all’ufficio fisico e sempre più vicino a lavori figli dell’economia di freelance e on-demand. Un quinto di tutti i knowledge workers intervistati (21%) lavora attualmente come freelance o a contratto. E più della metà (53%) afferma che, se ricevesse un’offerta, potrebbe considerare il passaggio a un modello di lavoro freelance o on-demand piuttosto che l’impiego tradizionale, rinunciando a un posto fisso rispetto a una figura di libera professione per avere una maggiore possibilità di gestire il proprio tempo tra lavoro e vita privata e perché spesso l’azienda a cui si è legati non riesce a stimolarli completamente.

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